…quanti ciechi in questo mondo!

il nostro fuori è

sempre dentro di noi…

LEONE Ma sì, caro! Non dovrei esserci. T’assicuro però che mi sforzo, quanto più posso, d’esserci il meno possibile, e non solo per gli altri, ma anche per me stesso. La colpa è del fatto, caro mio! Sono nato. E quando un fatto è fatto, resta là, come una prigione per te. Io ci sono. Ne dovrebbero tener conto gli altri, almeno per quel poco, di cui non posso fare a meno, dico d’esserci. L’ho sposata; o, per esser più giusti, mi son lasciato sposare. Fatto, anche questo: prigione! Che vuoi farci? Quasi subito dopo, lei si mise a sbuffare, a smaniare, a contorcersi rabbiosamente per evadere… e io… t’assicuro, Guido, che ne ho molto sofferto… S’è trovata poi questa soluzione Le ho lasciato qua tutto, portandomi via soltanto i miei libri e le mie stoviglie di cucina (cose, come sai, per me inseparabili). Ma capisco che è inutile: nominalmente, la parte assegnatami da un fatto che non si può distruggere, resta: sono il marito. Anche di questo, forse, si dovrebbe tenere un po’ di conto. Mah! Sai come sono i ciechi, mio caro?

GUIDO I ciechi?

LEONE Non sono mai accanto alle cose. Di’ a un cieco, che vada cercando a tasto una cosa: L’hai costì accanto! le si volta subito contro. E così è quella benedetta donna! Mai accanto; sempre contro!

Ah, triste cosa, caro mio, quando uno ha capito il giuoco!

GUIDO Che giuoco?

LEONE Mah… anche questo qua. Tutto il giuoco! Quello della vita.

GUIDO Tu l’hai capito?

LEONE Da un pezzo. E anche il rimedio per salvarsi.

GUIDO Se tu me l’insegnassi!

LEONE Eh, caro. Non è rimedio per te. Per salvarsi, bisogna sapersi difendere. Ma è una certa

difesa… dirò, disperata, che tu forse non puoi neanche intendere.

GUIDO Come sarebbe, disperata? Accanita?

LEONE No, no, disperata, caro, nel senso d’una vera e propria disperazione, ma pur tuttavia senza neanche un’ombra d’amarezza per questo.

GUIDO E che difesa, allora, scusa?

LEONE La più ferma, la più immobile, appunto perché nessuna speranza più t’induce a piegarti verso una, sia pur minima, concessione ne agli altri né a te stesso.

GUIDO Non capisco. E la chiami difesa? Difesa di che cosa, se dev’esser così?

LEONE (lo guarda un tratto severo e fosco; poi, dominandosi e quasi riassorbendosi in una impenetrabile serenità) Di niente, in te, se in te riesci, come sono riuscito io, a non aver più nulla. Che vuoi difendere? Difenderti, io dico! Dagli altri, e soprattutto da te stesso; dal male che la vita fa a tutti, inevitabilmente; quello che io mi son fatto per lei indica di nuovo la vetrata, dietro alla quale suppone che Silia sia nascosta. tant’anni! quello che io faccio a lei, anche così del tutto isolato come mi tengo. quello che tu fai a me…

GUIDO Io?

LEONE Ma sì, inevitabilmente.

(Spiandolo negli occhi.)

Credi di non farmi nessun male tu?

GUIDO (smorendo) Mah… ch’io sappia…

LEONE (per rinfrancarlo) Oh, anche senza saperlo, mio caro! Tu mangi carne, a tavola. Chi te la dà? Un pollo, o un vitello. Non ci pensi nemmeno. Ce lo facciamo tutti, il male, a vicenda; e ciascuno a se stesso, poi… Per forza! È la vita. Bisogna vuotarsene.

GUIDO Bravo! E che ti resta allora?

LEONE Contentarsi, non più di vivere per sé, ma di guardar vivere gli altri, e anche noi stessi, da fuori, per quel poco che pur si è costretti a vivere.

GUIDO Ah, troppo poco, scusa!

LEONE Sì, ma ti compensa un godimento meraviglioso: il giuoco appunto dell’intelletto che ti chiarifica tutto il torbido dei sentimenti, che ti fissa in linee placide e precise tutto ciò che ti si muove dentro tumultuosamente. Capirai però, che sarebbe molto pericoloso il godimento di questo lucido e tranquillo vuoto che ti fai dentro, perché, tra l’altro, rischierebbe di farti andare come un pallone su tra le nuvole, se tu non ti mettessi anche dentro, con arte e con perfetta misura, una necessaria zavorra.

GUIDO Ah, ecco! Mangiando bene?

LEONE Per ristabilire l’equilibrio; perché tu possa sempre, insomma, restare in piedi come quei buffi giocattoli, che tu puoi buttar come vuoi: ti restan sempre ritti per il loro contrappeso di piombo. Non siamo altro, credi. Ma bisogna saperselo fare, questo vuoto e questo pieno: se no, si resta per terra e nei più goffi atteggiamenti. Insomma, via, la salute è qui: trovare un pernio, caro, il pernio d’un concetto per fissarsi.

GUIDO Ah, no, no! Grazie tante! Non è per me! Non è per me davvero! E non è neppur facile!

LEONE Già. Perché non si trovano belli e fatti in commercio, questi pernii: te li devi fabbricare da te, e non uno solo: tanti! uno per ogni caso, e ben solido, perché il caso, che t’arriva spesso imprevisto e violento, non te lo schianti.

GUIDO Eh! ma quando t’avvengono certi casi, caro mio!

LEONE Ma perciò appunto la cucina! Che il caso ti trovi cuoco, è una gran cosa! Del resto, non è mai il caso… dico non devi mai guardarti dal caso, veramente. Scusa: che vuol dire il caso? Gli altri, o le necessità della natura.

GUIDO Appunto, che possono essere terribili!

LEONE Ma più o meno, a seconda di chi le subisce. E perciò ti dicevo! Tu devi guardarti di te stesso, del sentimento che questo caso suscita subito in te e con cui t’assalta! Immediatamente, ghermirlo e vuotarlo, trarne il concetto, e allora puoi anche giocarci. Guarda, è come se t’arrivasse all’improvviso, non sai da dove, un uovo fresco…

GUIDO Un uovo fresco?

LEONE Un uovo fresco.

GUIDO E se t’arriva invece una palla di piombo?

LEONE Allora ti vuota lei, e non se ne parla più.

GUIDO Ma perché un uovo fresco, scusa?

LEONE Per darti una nuova immagine dei casi e dei concetti. Se non sei pronto a ghermirlo, te ne

lascerai cogliere o lo lascerai cadere. Nell’un caso e nell’altro, ti si squacquererà davanti o addosso. Se sei pronto, lo prendi, lo fori, e te lo bevi. Che ti resta in mano?

GUIDO Il guscio vuoto.

LEONE E’ questo è il concetto! Lo infilzi nel pernio del tuo spillo e ti diverti a farlo girare, o, lieve lieve ormai, te lo giuochi come una palla di celluloide, da una mano all’altra: là, là e là… poi:

Il Teatro…

mi affascina…

riporta alla luce le cose che ho letto…

e mette i brividi quando ricordo…

e quando vivo ciò che sento…

convinzioni…

che mi fanno tenere saldi quei centimetri

di corda speranzosa con cui son nata…

ospite di un mondo…

riempito da troppi ciechi…

ma di abbastanza gente che, come NOI, vede…

scenografia che mi lascia infagottata in un mondo di specchi …

nero…

e il rosso…dei particolari…

e poi…

il bianco della farina…è il bianco tutto intorno…

in cui i personaggi prendon posto con colori sgargianti…

la donna prende posto con colori che non fanno respirare…

trattengo il respiro…

e capisco che nulla puo’ far male…

ora che so che posso sorridere con sicurezza.

SEMPRE!

(dedicated to Brillo che ama i miei Sorrisi)

paf! lo schiacci tra le mani e lo butti via.

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